DALLA DIOCESI - La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù" (EG,1). L’Iniziazione cristiana: verso un Progetto unitario condiviso sarà il tema del 45° Convegno Catechistico Diocesano che si svolgerà il 5 e 6 settembre a San Romano. Il nostro convenire vuole essere un momento di riflessione e condivisione per impostare una prassi catechistica unitaria e coordinata a livello diocesano con lo scopo di compiere un ulteriore passo avanti nel cammino «pastorale» intrapreso nei Convegni catechistici precedenti. 

Il lavoro sarà introdotto da don Giuseppe Coha, docente della Facoltà teologica di Torino e il nostro vescovo Mons. Andrea Migliavacca interverrà, il secondo giorno, sul tema: «La “vocazione del catechista”.
Il compito più urgente e più complesso della pastorale attuale, non soltanto italiana, ma europea è certamente il ripensamento del tradizionale processo di iniziazione cristiana. La doppia fedeltà al Vangelo e al proprio tempo fa sì che non si possa differire più a lungo l’allestimento di un immenso cantiere di rinnovamento, l’entrata per la Chiesa in un coraggioso laboratorio pastorale. I gruppi di studio ci aiuteranno a riflettere per progettare un itinerario condiviso per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi.

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DALLA DIOCESI - Nel proseguire la mia ricerca sui canti satirici popolari di argomento anti-clericale in Italia ho notato come questo specifico genere, dopo la fioritura tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, abbia conosciuto una fase di recessione.Tra gli anarchici e i socialisti cominciò infatti a serpeggiare una vena autocritica nei confronti del tradizionale anticlericalismo aggressivo, di cui constatavano l’inefficacia e gli esiti anti-democratici.
“L’anticlericalismo assume troppo spesso il carattere di inquisizione razionalista”, scriveva l’anarchico Camillo Berneri nel 1936: “Un anticlericalismo illiberale, qualunque sia la colorazione avanguardista, è fascista. […]. Mussolini da mangia-preti è finito uomo della Provvidenza. Podrecca, l’asinesco direttore dell’Asino, è finito fascista e bacia-pile. L’anticlericalismo grossolano in auge in Italia fino al 1914 ha dato i voltafaccia più spettacolosi; e non poteva essere altrimenti, poiché alla virulenza settaria si univa la superficialità intellettuale e la rigatteria culturale”.

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SAN MINIATO - I fatti di cronaca, una volta rappresentati sul palcoscenico, diventano simboli universali che illuminano le domande più profonde dell’uomo. Il Dramma Popolare di San Miniato ha operato questa trasfigurazione dell’attualità più volte negli ultimi anni. Ricordiamo in particolare «Anima errante», che aveva sullo sfondo il disastro di Seveso del 1976, e «Finis Terrae» che rileggeva il tema, dolorosamente attuale, degli sbarchi di immigrati sulle nostre coste. Anche quest’anno lo spettacolo centrale della Festa del Teatro ha preso le mosse da un fatto di cronaca recente: l’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa. Il vescovo Romero che è stato segno di contraddizione e oggetto di polemiche per tanti anni e che papa Francesco ha proclamato Beato il 23 maggio 2015.

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L'orrore di Nizza è ancora nei nostri occhi. Il pensiero che una bella festa su un lungomare bellissimo, in una sera d’estate, possa trasformarsi in una carneficina senza pietà ci pietrifica e mette in discussione molte delle nostre certezze. Questo attentato, rispetto ai precedenti, sembra aver avuto un impatto diverso sull’opinione pubblica internazionale e tra la gente si inizia a discutere animatamente di un problema che all’improvviso è diventato più vicino e tangibile. Accanto alla paura si fa strada la consapevolezza, o la percezione, che nessuno di noi è al sicuro. D’altro canto, com’è possibile fermare un pazzo o un gruppo di fanatici che in qualsiasi posto del mondo hanno deciso, per ragioni a noi sconosciute, di portare morte e terrore, senza alcuna logica e senza uno schema preciso se non quello dell’odio cieco e disumano? Spaventa anche la folle lucidità mostrata dai terroristi nella scelta degli obiettivi e nella comunicazione, che sembra avere un’efficacia dirompente. Si tratta di qualcosa di studiato e accuratamente pianificato. Queste persone non sono in preda a un raptus momentaneo, il loro odio per la società in cui vivono, e in cui anche noi viviamo, è talmente radicato che tutta la loro esistenza e la loro stessa morte è finalizzata alla sua destabilizzazione.

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L'orrore di Nizza è ancora nei nostri occhi. Il pensiero che una bella festa su un lungomare bellissimo, in una sera d’estate, possa trasformarsi in una carneficina senza pietà ci pietrifica e mette in discussione molte delle nostre certezze. Questo attentato, rispetto ai precedenti, sembra aver avuto un impatto diverso sull’opinione pubblica internazionale e tra la gente si inizia a discutere animatamente di un problema che all’improvviso è diventato più vicino e tangibile. Accanto alla paura si fa strada la consapevolezza, o la percezione, che nessuno di noi è al sicuro. D’altro canto, com’è possibile fermare un pazzo o un gruppo di fanatici che in qualsiasi posto del mondo hanno deciso, per ragioni a noi sconosciute, di portare morte e terrore, senza alcuna logica e senza uno schema preciso se non quello dell’odio cieco e disumano? Spaventa anche la folle lucidità mostrata dai terroristi nella scelta degli obiettivi e nella comunicazione, che sembra avere un’efficacia dirompente. Si tratta di qualcosa di studiato e accuratamente pianificato. Queste persone non sono in preda a un raptus momentaneo, il loro odio per la società in cui vivono, e in cui anche noi viviamo, è talmente radicato che tutta la loro esistenza e la loro stessa morte è finalizzata alla sua destabilizzazione.

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DALLA DIOCESI - La frana è divenuta inarrestabile, come previsto e denunciato da chi era sceso in piazza per esprimere la propria contrarietà alle unioni civili. La legge ex Cirinnà è passata a tappe forzate, a colpi di fiducia, impedendo ogni dibattito e ogni possibile emendamento. L’unica modifica apportata al testo per convincere i moderati ad approvare la legge è stata lo stralcio del comma sull’adozione del figliastro, ma questa concessione è stata già annullata in tempo record per via giudiziaria.
La Cassazione, lo scorso 22 giugno, ha infatti confermato le “sentenze creative” di alcuni giudici che, in assenza di ogni riferimento di legge, hanno concesso l’adozione del figliastro all’interno di coppie lesbiche. Così bambini ottenuti con la fecondazione eterologa sono stati adottati dalla convivente della madre e si sono legalmente ritrovati ad avere due mamme e nessun papà.
ll Procuratore generale aveva invitato le due sezioni della Corte di Cassazione a pronunciarsi congiuntamente su questi casi, al fine di evitare sentenze a macchia di leopardo. Nella sua requisitoria il Procuratore aveva ricordato che l’adozione del figliastro non c’è nella legge sulle unioni civili e non figura neanche tra i “casi particolari” previsti dalla legge italiana sulle adozioni, che riguardano piuttosto bambini abusati, abbandonati o maltrattati. Il Procuratore aveva menzionato, inoltre, seri studi sociologici che dimostrano come ci sia una maggiore incidenza di problemi psicologici e sociali nei bambini di coppie omogenitoriali rispetto a quelli di coppie normali.
La Cassazione ha fatto orecchie da mercante: ha sancito che l’adozione omosessuale può rientrare tra i “casi particolari” previsti dalla legge italiana sulle adozioni e ha lasciato mano libera ai giudici, raccomandando loro di valutare caso per caso nell’interesse del minore. Per ora si tratta di un’eccezione alla regola, ma ormai la via è aperta all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali.
E’ prevedibile che, per evitare ogni discriminazione, si giunga entro l’anno a legittimare l’adozione del figliastro anche per le coppie di maschi omosessuali, che hanno ottenuto un bambino con la pratica vietata in Italia dell’utero in affitto. Più volte si è sentito ripetere che l’utero in affitto non c’è nella legge ex Cirinnà, ma è sufficiente mettere le premesse per arrivare al risultato. Gli italiani - nella stragrande maggioranza - considerano ripugnante e profondamente ingiusta la pratica dell’utero in affitto, e sono contrari alle adozioni gay in generale, ma senza neanche accorgersene si troveranno di fronte al fatto compiuto.
L’unico modo per fermare questa frana sarebbe l’abrogazione per via referendaria della legge sulle unioni civili. Ma chi oserà proporre un simile referendum, sottoponendosi al linciaggio morale finora riservato ai cosiddetti “ultra-cattolici” difensori della famiglia?

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SAN MINIATO - Il dramma popolare festeggia la sua settantesima edizine. E lo fa in grande, in ossequio ai principi dei padri fondatori, porta nelle piazze e nei luoghi d’incontro i teatro dello spirito.
Un’edizione incentrata sulla narrazione della vita di grandi sacerdoti scomodi. Ne abbiamo parlato con don Piero Ciardella, direttore artistico dell’ Istituto.

Don Piero, può fare una prima analisi del festival del teatro di quest’anno?
«Ogni anno, da quando ho la responsabilità della direzione artistica della Festa del Teatro, ho cercato di scegliere una serie di spettacoli che, pur nella diversità di stile e di genere, potessero offrire l’approfondimento di una tematica, scelta, di volta in volta, a partire dallo spettacolo principale. Quest’anno, avendo scelto di rappresentare un Dramma incentrato sulla figura del Vescovo Romero, ho pensato di proporre alcuni spettacoli che gravitano attorno al tema della “fede”, analizzata da diverse angolature e approfondita attraverso l’incontro e il confronto con alcuni “testimoni” di oggi. Infatti, sono persuaso che il messaggio che possiamo trarre dalla storia così particolare ed eccezionale del Vescovo Romero, stia proprio nel richiamo, rivolto a tutti, ad una fede capace di testimoniare in maniera credibile il Vangelo di salvezza all’uomo di oggi. Mons. Romero ha testimoniato la sua fede con il martirio. Non a tutti, ovviamente è chiesta una misura così alta di testimonianza, tuttavia a tutti è chiesto di donare la propria vita per la causa del Vangelo. Romero ha scritto molto significativamente: «dare la vita non è solo quando uccidono una persona; dare la vita, avere uno spirito di martirio, significa servire nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; nel silenzio della vita quotidiana, camminare dando la vita, come la dà la madre che senza tante agitazioni, con la semplicità del martirio materno, partorisce, allatta, fa crescere, si prende cura con affetto del suo figlio. Questo è dare la vita”.»

Perchè la scelta di parlare di sacerdoti?
In linea con quanto dicevo precedentemente, quest’anno ho ritenuto importante far incontrare il pubblico, oltre che con il vescovo Romero, con alcune figure di sacerdoti che, a loro modo, hanno vissuto nella loro vita l’esperienza del martirio, e per questo sono stati e rimangono tutt’oggi esempio di una testimonianza cristiana capace di svegliare le nostre coscienze. Si tratta di due sacerdoti, don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, il primo molto conosciuto, perché si tratta di un nostro «vicino di casa», il secondo meno noto, ma non per questo meno interessante. Entrambi, pur nella loro singolarità, sono testimoni profetici di una Chiesa attenta agli ultimi, dedita alla promozione di quella fetta di umanità che papa Francesco, con un’espressione molto forte, chiama «gli scarti della società». Ogni testimonianza è unica perché uniche sono le persone e il contesto storico in cui vivono, tuttavia credo si possa trarre dalla vita di questi due sacerdoti degli importanti stimoli perché ciascuno, prete o laico, possa vivere la propria fede in maniera personale e incarnata.

La volontà di raccontare le storie di «sacerdoti scomodi» vuole essere un richiamo anche per il clero di oggi?
«Il cristiano, quando incarna il Vangelo, è sempre una persona scomoda. Lo è perché è il messaggio stesso del Vangelo ad essere in ogni epoca della storia una parola di fuoco, capace di incendiare il cuore d’amore per Dio e per l’intera umanità, ma anche di condannare il peccato e tutte le sue conseguenze. Diceva mons. Romero: «Una predicazione che non denunci le realtà peccaminose nelle quali si fa la riflessione evangelica non è Vangelo». Don Lorenzo e don Primo sono certamente stati e continuano ad essere preti scomodi perché hanno preso sul serio il Vangelo. La loro testimonianza, soprattutto, è stata profetica nell’anticipare quel modello di Chiesa «in uscita» di cui tanto parla papa Francesco, e che era nel cuore e nella mente di Papa Giovanni XXII, quando, inaugurando il Concilio Vaticano II in un radiomessaggio disse che la Chiesa «è e vuole essere, la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri». Lei mi chiede se il messaggio di questi preti “scomodi” risuona di richiamo a tanti preti. Le dirò che, innanzitutto il loro messaggio risuona attuale per tutti i cristiani. Sarebbe un errore e un tradimento del Concilio se continuassimo a pensare che la missione della Chiesa sia una preoccupazione che riguardi solo i preti e i vescovi: tutto il popolo di Dio è chiamato a convertirsi per essere sale della terra e luce per l’umanità. Certamente noi preti siamo stimolati in maniera speciale dal messaggio di questi confratelli. Io credo che oggi ci siano molti sacerdoti che esemplarmente testimoniano con la vita la fedeltà a Cristo e al gregge loro affidato, tuttavia non si può non riconoscere che essere preti in un mondo così complesso come è quello in cui viviamo non è sempre facile. Di fronte alle difficoltà che nascono all’interno delle parrocchie, alle crescenti richieste di far fronte ai problemi economici e sociali di un sempre maggior numero di persone che quotidianamente bussano alla porta delle canoniche, al fatto di trovarsi in un mondo che sembra sempre più ostile alla Chiesa, noi preti corriamo il rischio di essere assaliti da un senso di impotenza, di riparare in difesa, di rinchiuderci nelle sacrestie e di allontanandoci dalla vita concreta delle persone. Ma questo è un tradimento del Vangelo e della nostra vocazione. Per questo papa Francesco non smette di rivolgerci inviti a cambiare stili di vita, a non cercare onori o ad adagiarci in una vita di privilegi e di comodi, per essere pastori "con l’odore delle pecore". Mi auguro che ripensare alle figure di mons. Romero e a quella degli altri due sacerdoti, aiuti in primo luogo noi preti, a fare un esame di coscienza perché possiamo far fronte alle sfide che questo tempo così difficile e al tempo stesso così bello ci offre».

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ROMA - Un’équipe di 5 osservatori per 5 sacerdoti disposti a mettersi in gioco sul terreno difficile dell’omelia: questo il senso del progetto Cei denominato «progettOmelia», ideato dall’Ufficio liturgico nazionale in collaborazione con l’Ufficio comunicazilni sociali e l’Ufficio catechistico.
Si tratta del primo corso di formazione omiletica permanente per presbiteri e diaconi.:“ProgettOmelia” si offre come occasione per approfondire gli aspetti comunicativi della predicazione. Un’esigenza importante per chi è chiamato a svolgere il servizio della Parola. Lo stesso papa Francesco ricorda infatti come «la preoccupazione per la modalità della predicazione è anch’essa un atteggiamento profondamente spirituale».
La nostra diocesi partecipa al progetto assieme ad otto diocesi a livello nazionale. Un primo incontro dell’équipe si è svolto sabato scorso, 18 giugno, presso la prestigiosa sede della Pontificia Università Gregoriana di Roma.

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DALLA DIOCESI - Il volto fresco dei giovani presenti l’altra sera in Piazza del Duomo è senz’altro il primo grosso scossone che il Vescovo Andrea ha dato alla diocesi di San Miniato.
Mons. Andrea Migliavacca ha frequentato per tutta la vita gli ambienti dei giovani, sia ecclesiali che non. Conosce bene le dinamiche, i pregi e i difetti della pastorale giovanile, le proposte e linee della Chiesa riguardo ai giovani.
Egli viene da una delle città universitarie più importnati d’Italia, Pavia, e sa bene quali difficoltà ma anche quali stimoli può offrire un rapporto profono col mondo giovanile.
E questo suo bagaglio di vescovo in ascolto dei ragazzi lo sta portando prepotentemente anche qui da noi, in un territorio che viene da ben altra storia rispetto a quella virtuosa e bella degli oratori nella ridente Lombardia.

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DALLA DIOCESI - Una Piazza del Duomo così non si era mai vista. Tanti giovani, tante famiglie, hanno risposto all’invito del vescovo per un aperitivo all’aria aperta, un’occasione per incontrarsi, scambiare quattro chiacchiere, conoscersi meglio. L’iniziativa ideata direttamente da Sua Eccellenza, messa in atto e coordinata dal Servizio di Pastorale Giovanile, ha sopreso tutti, portando molta gioventù e tanti curiosi in una inedita Piazza Duomo, quasi trasformata in un giardino.
Il vescovo ha aperto la serata con un saluto diretto ai più giovani: «Ho pensato ad alcune parole che voi ragazzi potreste dire a noi stasera – ha esordito il presule –. Me ne vengono in mente quattro: coerenza, diversità, accoglienza e ascolto. Sono tutte cose che voi ragzzi chiedete a noi adulti e che allo stesso tempo ci insegnate».
Ed è proprio dai giovani che emergono le riflessioni più spontanee: «È un’esperienza che lascia il segno e che ci fa avvicinare sempre più alla Chiesa», ha affermato Ilaria.
«È stato un bell’evento che ha richiamato parecchia gente», ha continuato Lorenzo della parrocchia di Castelfranco.

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