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DAL TERRITORIO- Riflettendo su "giovani e lavoro", abbiamo deciso di uscire dalle stanze della nostra redazione e scendere in strada, andando ad intervistare i ragazzi e le ragazze che vivono nel nostro territorio diocesano. Si è trattato di un "carotaggio" esplorativo sulla fascia anagrafica 19-24 anni; proprio quella - secondo tutte le statistiche - più malconcia dal punto di vista lavorativo. Abbiamo selezionato giovani che lavorano o che hanno avuto esperienze lavorative in un recente passato. Questi ragazzi ci restituiscono un affresco a tratti sofferto del panorama lavorativo dove, tuttavia, non mancano significative speranze e aspettative. Si tratta di ragazzi che hanno tutti, tranne in un caso, un diploma quinquennale di scuola superiore. Due di loro, appartengono alla categoria degli studenti-lavoratori, frequentanti una facoltà universitaria.


Abbiamo conosciuto Agnese, 23 anni, a Santa Maria a Monte, tenacia e caparbietà da vendere: dopo il diploma come perito aziendale e corrispondente in lingue estere, è passata da ben sei lavori per approdare infine all’attuale impiego amministrativo in un’azienda. Dinamica e determinata, ad ogni fine contratto si è molto adoperata per cercare situazioni nuove e maggiormente in linea con le sue competenze professionali. «I miei coetanei mancano di spirito di adattamento - ci dice -. Non vogliono scendere a compromessi. Preferiscono continuare ad aspettare un lavoro che forse non arriverà mai, piuttosto che iniziare a entrare, non importa da quale porta, nel lavoro, facendo inizialmente quello che capita». Si coglie qui, per contrasto, quello che tutte le statistiche impietosamente ci riferiscono rispetto ai nostri giovani: la cronica e patologica incapacità a stare nella frustrazione e nell’attesa. Anche per Agnese, come per altri ragazzi, è stato decisivo insistere nella ricerca del lavoro con il Centro per l’Impiego territoriale. Anche lei, come altri, riconosce al lavoro una dimensione di "libertà" e di "utilità": «Lavorare mi fa sentire innanzitutto "utile". Avere un lavoro mi ha permesso di spostarmi dal "ricevere" (ricevere dalla famiglia, dagli adulti in genere e dalla società) al "dare". Ho iniziato anche io a contribuire, proprio verso la mia famiglia e la società, con quanto produco e guadagno». Sottolinea poi amaramente quanto «il problema più grande in cui mi sono imbattuta è la continuità lavorativa. Come giovani rimbalziamo da un’occupazione precaria all’altra. Il tanto sospirato contratto a tempo indeterminato è una meta sfuggente, quasi un miraggio».
Per Anna, 21 anni, ragioniera e un diploma all’Accademia culinaria, è stato piuttosto faticoso trovare lavoro: «Finito il mio periodo di stage scolastico ho subito iniziato a portare curriculum nelle pasticcerie del nostro territorio. Inizialmente è stato scoraggiante, nessuno si faceva sentire. Ho ricevuto una prima risposta soltanto dopo un paio di mesi». Oggi fa la pasticciera ed è felice, anche se il suo contratto è a termine.
Francesco 19 anni di Castelfranco, un impiego come magazziniere, conferma il sentire delle sue coetanee: «I giovani di oggi non sanno adattarsi e si scoraggiano facilmente nella ricerca. Vorrebbero trovare il lavoro della vita al primo colpo. Anche se, se proprio devo dirla tutta, tante volte la speranza te la levano proprio negli uffici informazioni cui ti rivolgi». È molto felice per il contratto che ha, nonostante anche lui sia a tempo determinato. Rispetto al futuro afferma di attendersi «grandi sacrifici. È come essere tornati indietro agli anni precedenti al boom economico, ai primi anni ’50. L’unica speranza di riscatto per questo Paese dovremmo essere noi giovani. Purtroppo osservo con dispiacere che proprio chi avrebbe responsabilità decisionali fa di tutto per mortificarci e ricacciarci nell’ombra».
Questi giovani, quasi unanimemente, manifestano una sfiducia quasi irreversibile verso la politica e le istituzioni. Il dato è preoccupante, soprattutto in considerazione del fatto che ciò si traduce in perdita del senso di cittadinanza e di partecipazione attiva al bene comune. «Le soluzioni - mi dice uno di loro - non possono giungerci da chi il problema non lo vive o da chi è parte attiva nel mantenimento del problema».
Alla domanda se la scuola prepari adeguatamente al mondo del lavoro, le risposte sono articolate e difformi. Claudio 19 anni di San Miniato, attualmente senza contratto, ha una qualifica professionale nel settore chimico-conciario, ha lavorato nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro per alcune aziende che producono solventi chimici per conceria: «Credo che la scuola abbia un ruolo insostituibile nel preparare un giovane al lavoro. Nel mio caso ho però sperimentato che la chimica che si studia sui banchi di scuola non è allineata con quanto ho incontrato lavorando come tecnico chimico-conciario. L’alternanza scuola-lavoro è una buona cosa ma dovrebbe esserci minor discontinuità tra scuola e impresa». Claudio non sarebbe disposto ad accettare qualsiasi lavoro: «Il mercato offre molti lavori che mi sembrano un affronto alla dignità della persona, quasi una presa in giro. Lavori nei quali esiste una sproporzione tra il rischio e la fatica richiesti e la paga che viene riconosciuta». Riconosce poi al lavoro un valore pedagogico ed educativo: «Il lavoro è importante soprattutto per noi giovani, perché contribuisce a formare e temperare il carattere in una fase della vita importante e delicatissima. Lavorare ti cambia dentro nel momento stesso in cui entri in relazione con altri che lavorano con te. Ti fa diventare più uomo o, se si vuole, più umano».
Tamara ha 24 anni, un diploma socio-psicopedagogico e studi universitari in psicologia avviati, lavora presso un asilo nido alle dipendenze di una cooperativa con un contratto di 35 ore a tempo determinato. È categorica: «La scuola superiore non mi ha preparata in maniera adeguata al mondo del lavoro! Ho fatto degli stage che sono serviti solo a familiarizzarmi con gli ambienti lavorativi, ma niente di più. Tra la teoria e la pratica c’è un abisso che resta difficile da colmare. Parlando a livello universitario, mi preoccupano poi quelle facoltà che non prevedono per i lori iscritti tirocini formativi, come ad esempio la "mia" Psicologia».
Arild, 20 anni di San Pierino, al secondo anno di Economia all’università, ha un suo pensiero originale in proposito: «Le scuole superiori, e soprattutto le università, sono organizzate in modo da privilegiare la formazione teorica. Questo non ci autorizza però a prendercela col sistema per come esso è strutturato. È necessario che ognuno si assuma la responsabilità dei suoi processi formativi. Scuola e università ti danno stimoli e linee guida. Dove non arrivano loro inizia il senso di responsabilità e il principio di autonomia della persona nel costruire la propria formazione, e la propria esperienza anche e soprattutto pratica. È necessario andare ad approfondire personalmente e individualmente quanto non è possibile approfondire nelle aule universitarie. Personalmente ho preso la buona abitudine di riprendere, dopo ogni esame, le tematiche che riconosco potenzialmente utili per il mio domani lavorativo e imprenditoriale». Davvero esemplare questa esperienza e testimonianza di Arild, cui non difettano creatività e spirito d’iniziativa. Ha realizzato da poco un suo commercio on-line di abbigliamento street-style. Mi racconta carico d’entusiasmo che è in anticipo di 6 mesi sul secondo anno di università, avendo dato 4 esami in più del previsto: «Negli ultimi mesi c’ho dato dentro, accettando qualsiasi voto. Meglio concludere in anticipo con una media non proprio esaltante, anziché ambire al voto di laurea alto, ritardano di molto la chiusura. Alla media penserò eventualmente durante la laurea magistrale». La cosa che stupisce in Arild è il racconto che fa del suo ultimo anno di vita: «Ho aggredito gli studi, ma contemporaneamente - volendo realizzarmi imprenditorialmente - mi sono procurato almeno una trentina di libri su social marketing, copywriting, business e finanza, motivazione e crescita personale. Li ho letti quasi tutti e ho contemporaneamente frequentato alcuni corsi e seminari su queste tematiche». Ambizioso anche riguardo alle aspettative economiche: «sono solo agli inizi, ma mi auguro di raggiungere rapidamente i 5.000 € di profitto al mese. Nel business on-line se ci sai fare e offri qualità, è abbastanza agevole raggiungere cifre importanti».
È affascinante ascoltare questo ragazzo raccontare con tanto entusiasmo del suo impegno nell’imprenditoria on-line. La sua esperienza ricorda un’altra bella storia, quella del suo connazionale albanese Uljan Sharka (26 anni), che ha creato in Italia la start up "iGenius" produttrice di software per il marketing on-line e la pubblicità digitale, start up riconosciuta come una delle più promettenti al mondo da una giuria internazionale e valutata già dopo un anno di attività la bellezza di 25 milioni di euro, cosa che ha fatto ribattezzare Sharka come lo «Zuckerberg d’Italia».
Anche per Arild il lavoro si traduce in "libertà": «Se ami il lavoro che fai non lavorerai nessun giorno della tua vita». Gli fa eco il pensiero di Tamara, modulato su una lunghezza d’onda non dissimile: «Mi ha sempre affascinato una frase di Madre Teresa di Calcutta che diceva "Lavora come se non dovessi guadagnare". Trovo che il lavoro dovrebbe essere esattamente questo. Qualcosa che si svincola dalla relazione economica e si connette con la vita. Devi trovare un senso a quello che sei, e secondo me lo puoi trovare proprio attraverso quello che fai e quindi anche e soprattutto attraverso il lavoro».

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