Redipuglia

EDITORIALE -  A San Miniato i morti furono 565, a Palaia 238, Fucecchio 214, Cerreto 157, Montopoli 69, Santa Croce 146, Castelfranco 108, S. Maria a Monte 140, Ponsacco 94, Casciana Terme e Lari 278, Fauglia 175, Crespina 27, Larciano 92, Capannoli 92... 

Uno, due nonni fa, cioè ieri anche se sono passati cento anni, finiva la Grande Guerra. Il bollettino di guerra dai territori della nostra diocesi è ancora oggi agghiacciante e ci racconta di giovani vite spezzate per le quali non esisterà più una possibilità sul cronografo della Storia. Ragazzi ai quali da tutta l’eternità era stata concessa quella sola occasione di vivere, amare e fiorire. Giovani uomini le cui labbra non hanno mai forse conosciuto neppure il bacio di una ragazza. Figli, fratelli, mariti e padri la cui unica colpa è stata quella di nascere nell’epoca dello Stato etico e della sua enorme pretesa di disporre della vita delle persone.
Cosa celebrare allora a distanza di un secolo? Ancora qualche decennio fa i libri di storia erano infarciti di retorica patriottarda che sapeva di beffa. Difficile oggi dimenticare la crudeltà delle fucilazioni sommarie, delle decimazioni punitive che coinvolgevano anche soldati "innocenti" o l’assoluto dispregio della vita umana scaraventata dai comandi, con cieca ottusità, contro gli impenetrabili reticolati e le bocche da fuoco nemiche. Difficile dimenticare una dichiarazione di guerra che fu un autentico colpo di Stato contro la volontà del popolo e del parlamento. Difficile dimenticare che l’Austria, in cambio della nostra neutralità, era disposta a consegnarci più o meno gli stessi territori conquistati a prezzo del bagno di sangue dei nostri 600.000 caduti. E quando ripensi al fatto che tra gli austriaci era comune l’opinione che tirare sui nostri ragazzi era più facile che tirare al bersaglio o che in almeno sei casi il nemico interruppe il fuoco delle sue Shwarzlose da 400 colpi al minuto, gridando a noi italiani di tornare indietro, di non farci massacrare così (niente di simile è documentato su tutti gli altri fronti europei!), insomma, quando ripensi a tutto questo, anche se passato un secolo, non puoi trattenere rabbia, sdegno e dolore. 

Non si è più gli stessi dopo aver meditato su questo insensato conflitto, su questo suicidio della modernità, su questa epifania del luciferino nella storia. La Grande Guerra è una esperienza di tragica mistica: come i mistici escono trasformati dalla contemplazione del divino, così la meditazione di questi fatti ti graffia dentro e ti stravolge in un gorgo emotivo di difficile soluzione.
Jung ci ha lungamente familiarizzato col concetto di inconscio collettivo. Viene da chiedersi quale sconvolgente portato psichico si sia sedimentato nella coscienza collettiva, esploso poi in chiave drammatica nelle nostre società lungo tutto un secolo. L’Europa cent’anni fa sceglieva di suicidarsi e forse uno dei pochi che allora capì tutto fu un vecchio nostro "nemico", l'imperatore Francesco Giuseppe ("Cecco Beppe"), che il 28 luglio 1914 al momento di firmare la dichiarazione di guerra alla Serbia disse sconsolato ai suoi generali: «Voi non sapete cos’è la guerra. Io lo so. Ero a Solferino».

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