AUSCHWITZ3

SANTA CROCE - Elena Loewenthal, intellettuale e scrittrice ebrea, ha scritto in suo libro del 2014 che la Giornata della Memoria, ricorrendo con ciclica puntualità ogni anno, rischia di trasformarsi - come tutti gli anniversari - in «una cerimonia stanca. Uno sterile rituale dove le vittime vengono esibite, per un giorno soltanto, con un intento che sembra di commiserazione, di incongruo risarcimento», nel tentativo talvolta di addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa.
Se le parole della Loewental rappresentano una preoccupante sirena d’allarme riguardo ad un nostro pericolo di assuefazione (d’altronde sempre possibile nelle vicende umane) riguardo all’immane scempio della Shoah, è pur vero che disponiamo riguardo a questa deriva di un antidoto di sicura efficacia: restituire continuamente la parola allo stupore e all’orrore della testimonianza di tutti quei giovani che ogni anno si misurano per la prima volta nella loro vita col viaggio terribile e vertiginoso ai luoghi dello sterminio nazista.
Proprio a questo proposito abbiamo voluto rivolgere alcune domande ad uno di questi ragazzi: Luca Campani, 18 anni di Santa Croce, che frequenta il quinto anno dell’Istituto Tecnico per Geometri Ferraris-Brunelleschi di Empoli. Luca è appena rientrato da un viaggio di 4 giorni in Polonia, dove ha visitato Auschwitz-Birkenau insieme ad altri 600 giovani toscani.


Luca, come si è presentata l’opportunità di fare questa visita ai luoghi dello sterminio?
«Il professor Andrea Bruscino, che ha aderito al pellegrinaggio organizzato dalla Regione Toscana, ci ha parlato di questa possibilità che sarebbe stata riservata soltanto a 8 studenti del nostro Istituto. Ha chiesto dunque a chi era realmente interessato di farsi avanti, motivando il desiderio a partecipare con una lettera».
Cosa hai scritto in questa lettera?
«Non è stato semplice buttarla giù. Ho iniziato a scrivere del mio grande desiderio di conoscere i luoghi dove l’uomo ha scritto alcune delle pagine più crudeli della sua storia. Ma già dopo le prime righe sono stato colto quasi da un senso di smarrimento e stavo per arrendermi. Allora ho provato a cambiare impostazione, confessando candidamente che per far comprendere le mie motivazioni avrei dovuto raccontare dei miei nonni, dei loro racconti nelle veglie d’estate sul passaggio della guerra dai nostri territori, della loro paura dei bombardamenti, del terrore dei tedeschi in casa, dei tanti film sulla Seconda guerra mondiale visti fin da piccolo con mio babbo, del desiderio che ho da sempre di conoscere un po’ di più e un po’ meglio quel periodo. In pratica ho scritto che avrei dovuto narrare un pezzo della mia vita più che mettere insieme degli argomenti».
Che senso riveste per un ragazzo del 2019 visitare ancora i campi nazisti?
«Sono convinto che visitare i campi costituisca un’esperienza d’indescrivibile crescita e maturazione, che sarebbe difficile vivere rimanendo semplicemente sui banchi di scuola. Non sei più lo stesso dopo che hai visitato quei luoghi.
Una persona che ha visitato i campi nella primavera dello scorso anno mi parlava di un’espressione del popolo ebraico che mi ha molto colpito e mi diceva: "È importante per i giovani capire cosa è successo e avere ben presente a quale ’abominio della desolazione’ porta il trionfo del male e l’annientamento dell’uomo". Non conoscevo l’espressione "abomino della desolazione", che ha una forte risonanza per il popolo ebraico, venendo a definire la fine di tutto, la distruzione di quanto di più sacro esista. (Era l’espressione con la quale gli ebrei sintetizzavano la profanazione del tempio di Salomone e la distruzione di Gerusalemme. Ndr).
Basterebbe solo richiamare il suono di queste tre terribili parole ("abominio della desolazione") per rimanere a riflettere a lungo sulle atrocità dei campi...
Per me personalmente, questo viaggio affascinante e terribile nella nostra storia recente ha rappresentato poi anche la possibilità di saldare un debito con i miei nonni: adesso anche io ho, e avrò, qualcosa da raccontare loro su quegli anni terribili di guerra».
Qualcuno ha detto che Dio non può più esistere dopo Auschwitz. Qualcun altro gli ha fatto eco dicendo che è invece proprio dopo Auschwitz che Dio deve esistere: «Lo gridano le nostre viscere, e non per un senso di umana vendetta, ma per quella Giustizia che affama evangelicamente i giusti». Hai avuto modo di interrogarti e di confrontarti con i tuoi compagni di viaggio su questo mistero di iniquità e su dove fosse Dio in quei frangenti della storia?
Questa è la domanda delle domande che tutti, credenti e non credenti, si pongono al ritorno da quei luoghi. Non ho avuto modo di parlare con in miei compagni su queste spinose questioni. Personalmente sono credente. Mi è però capitato proprio durante il rientro verso casa di chiedermi se Dio sia sempre stato vicino all’uomo. Immagino che per coloro che, credenti, hanno dovuto affrontare questo inferno, Dio abbia rappresentato l’appiglio cui aggrapparsi. Credo che in quei momenti brutali di disperazione, rivolgersi a Dio con la preghiera sia stato per loro l’unica ancora di speranza e salvezza.
La domanda però è troppo profonda. Io sento che Dio esiste e che se anche la realtà sembra negarlo, Lui è sempre stato e sarà sempre vicino all’uomo».
Ritornando alle considerazioni iniziali della Lowental, possiamo allora ragionevolmente rimarcare che sono proprio i ragazzi come Luca che con coscienza e coraggio, ogni anno rinnovano questa fame e sete di Giustizia per noi e per il mondo intero.

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