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CAGLIARI - Trattare di lavoro e di diritto al lavoro in questi giorni non è facile. Scrivere di questi temi, infatti, specialmente in Italia, vuol dire confrontarsi con una delle principali sfide del nostro tempo: un’emergenza, una necessità.
Qualora non bastassero i dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, fornitici annualmente, servirà forse porre attenzione e meditare un attimo su tutte quelle vite spezzate, ora dalla disperazione portata dalla mancanza di lavoro, ora - mi si conceda - dai dolori, dalle sofferenze e dai ritmi del «mal lavoro», del lavoro «non degno» o «non umano» addirittura.


Sì perché, se ci pensiamo bene, la tematica del lavoro si presenta come trasversale nella relazione con altre problematiche e diritti o beni/valori da tutelare: la tutela della salute, il rispetto per la vita, la dignità della persona umana, lo sviluppo dello stato sociale, la cura dell’ambiente, etc.
Dimentichiamo spesso, peraltro, che dietro ad un posto di lavoro, dietro il - o meglio al centro del - lavoro stesso c’è e ci deve essere il lavoratore, una persona, che va tutelata e valorizzata, non solo in quanto «contraente debole» - da proteggere con quel «diritto diseguale» caro ai giuslavoristi - ma anche e soprattutto come quell’espressione tangibile dell’essere umano, che partecipa - mi si conceda - persino alla creazione del mondo e al «progresso materiale o spirituale della società» come sancisce l’art. 4 della Costituzione.
Dunque, gli interrogativi si rincorrono fulminei: come risolvere od arginare la disoccupazione? Quale lavoro è degno? Come ripensare il lavoro in relazione agli altri beni e valori da difendere? Come porre veramente - ed in modo efficace - la persona al centro?
Considerato tutto questo, siamo però confortati dal fatto che non siamo soli a porci questi interrogativi e a provare a dare delle risposte: la Chiesa, in particolare, sin dalla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, si interroga sulle necessità dei lavoratori e tende a denunciare le situazioni critiche, di sfruttamento, di malversazione e più recentemente anche nella Evangelii Gaudium - che i nostri Vescovi, in primo luogo quello di Roma, ci invitano a approfondire e a riscoprire quotidianamente - si è affermato che il lavoro è quell’attività in cui «l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» . Ancor prima poi, nel maggio del 2013, lo stesso Papa Francesco ebbe modo di dire «Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione!».
Ecco che quindi possiamo ben comprendere come la scelta di collocare il lavoro, non solo come strumento, ma come diritto, come valore, come «actus personae», atto essenziale per lo sviluppo della persona umana, al centro dell’operato della 48a Settimana Sociale dei Cattolici italiani non sia stata del tutto casuale od inaspettata, anzi per niente.
«Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale» è stato infatti il titolo di questa preziosa iniziativa di incontro, dibattito e condivisione organizzata a Cagliari dalla Conferenza Episcopale Italiana a cui hanno preso parte più di 1000 delegati da tutta Italia - compreso, immeritatamente, il sottoscritto - per confrontarsi sui temi del lavoro, dell’innovazione, della tutela della persona o più semplicemente sulle sfide del nostro tempo.
Quel che rimane di quei 3 bei giorni di fine ottobre, oltre agli appunti presi nei gruppi tematici o nei momenti assembleari e di condivisione con le istituzioni, in aggiunta alle nuove amicizie strette, è indubbiamente lo spirito, l’idea di sentirsi in missione, la vocazione - mi si conceda - sinodale e, non ultimo, il metodo di lavoro.
Partendo dalla «denuncia» di quello che non va nel mondo del lavoro e delle relazioni professionali, dando voce ai più deboli, siamo passati all’«ascolto e narrazione» di quello stesso mondo, pesando e valutando le singole esperienze concrete, anche sconosciute, in modo da portarle alla luce e per poi selezionare fra queste delle «buone pratiche» che potessero avere un valore esemplare, a dimostrazione del fatto che è a tutt’oggi possibile creare occasioni virtuose, sostenibili, generative e solidali. Tutte componenti, queste, di una riflessione unitaria ed omogenea che non può che culminare con una fase propositiva, una «proposta» ai decisori politici, ai detentori del potere esecutivo, a tutte quelle realtà che incidono nella società.
Personalmente, credo che possibili risposte agli interrogativi con cui abbiamo aperto questa riflessione potranno essere trovate più agilmente seguendo questo metodo, sin dalle nostre Diocesi, così come ha indicato più volte il Papa e lo stesso mons. Santoro, Presidente del Comitato scientifico organizzatore della Settimana Sociale. Perché non iniziare?
Dobbiamo ritrovare - e riappropriarci - degli spazi in cui i cattolici possano dare il loro particolare contributo per incidere nella società, con quelle virtù di «visione e competenza» che il Beato Toniolo prescriveva per chi, fra noi, avesse voluto contribuire allo sviluppo della propria Comunità.
Per quanto concerne il lavoro in particolare, dobbiamo renderci conto che, davanti ai nostri occhi, con la disoccupazione che registriamo, si presenta la più grande sfida del nostro tempo, a cui tutti siamo chiamati. Un’emergenza sociale, una «calamità» senza precedenti che colpisce giovani e meno giovani e che causa «morti sociali», prima ancora che «naturali», lasciando un’eredità in negativo per chi verrà dopo di noi.
Rimettere il lavoro al centro di una nuova proposta di sviluppo della società e di <+corsivob>welfare state<+tondob> significa ripensare senza pregiudizi il futuro, valorizzando la formazione e sostenendo le «buone pratiche» riscontrate, rifuggendo l’assistenzialismo becero di chi propone redditi universali generalizzati e non chiari.
In un volumetto che pubblicherò prima della fine dell’anno su questi temi, seguito naturale della mia Tesi di Laurea, sottolineo convintamente la necessità di politiche integrate, organiche ed intelligenti da parte dello Stato, senza le quali non potremmo riguardare con fiducia al futuro, ma al contempo qui invoco la presenza dei cattolici nella società affinché possano contribuire attivamente a quelle politiche vigilando che l’obbiettivo non sia una sterile jobless growth legata al mero incremento di indici economico-numerici, ma uno sviluppo sostenibile inclusivo ed intelligente, contraddistinto dall’attenzione al lavoro per tutti.

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