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LETTERE ALLA REDAZIONE - Caro don Ricciarelli, mi devo complimentare con lei per il suo editoriale sulla violenza contro le donne, apparso nel numero del 9 dicembre. Condivido in pieno ciò che ha scritto e la ringrazio per la notizia, per me nuova, di Santa Eurosia proposta come protettrice delle donne. Mi è piaciuto che lei abbia anche posto l’accento sulla violenza psicologica che esiste ancora oggi, nascosta fra le pieghe di un finto modernismo che di moderno ha spesso solo gli aspetti più negativi, volta a emarginare una donna perché o è stata violentata o ha avuto altre esperienze negative, come se fosse merce avariata.

Da non sottovalutare lo stigma ancora oggi imperante che giudica una donna che non si è sposata con sospetto, sminuendola agli occhi di tutti, ingenerando talvolta atteggiamenti pericolosi in molte ragazze che «pur di non restare zitelle - affermano - intanto ci sposiamo e poi si vedrà». Ma con grande stupore ci si accorge che la società accetta con meno circospezione una divorziata piuttosto che una zitella. Ci si accorge che quando si viaggia da sole o si compiono normali azioni quotidiane come comprare, vendere, prenotare, ristrutturare e altre ancora si è molto meno rispettate rispetto a chi ha un uomo accanto, sia esso marito, fidanzato, padre o amante. Se ci pensiamo bene, nel nostro presunto civile Paese accade, anche se su scala minore, ciò che accadeva o accade ancora in Tanzania.
Negli anni ’90 mi trovavo là per un’esperienza di volontariato e alcune suore italiane incontrate a Dodoma mi spiegarono la situazione delle donne in quel Paese. Dato che a causa di guerre e lotte civili il numero delle donne era superiore a quello degli uomini, molte di loro dovevano necessariamente accettare di fare le concubine, oppure senza la protezione di un uomo, alla morte dei genitori sarebbero state costrette con violenza a prostituirsi. Le suore proponevano allora una terza possibilità, che probabilmente scandalizzerà i benpensanti, ma che sicuramente in quel contesto era la più dignitosa. Suggerivano alle ragazze di farsi mettere incinte per poi vivere con il loro figlio in santa pace per il resto della vita, perché a quel punto la donna diventando madre veniva rispettata da tutti.
Anche da noi, senza arrivare a quegli eccessi, una donna sola senza un figlio e senza un marito, non viene nemmeno invitata ad una festa o ad una cena se gli altri ospiti sono costituiti da coppie.
Ancora nei primi anni ’90, nella civilissima Italia, un medico e sua madre si scandalizzavano perché mi capitava di andare a pranzo nei ristoranti da sola, per loro era una vergogna. Per fortuna avevo un padre saggio che mi diceva che era una vergogna solo se non pagavo il conto.
Finché questa sottocultura, che emerge nei vari aspetti della vita quotidiana, non scomparirà, non ci potremo fregiare dell’appellativo di Paese civile e nel frattempo non ci resterà che pregare Santa Eurosia.

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