Don Nzaba3

PONTE A CAPPIANO - TORRE 

Don Castel, di quale Paese sei originario?
Sono della Repubblica del Congo o Congo-Brazzaville (chiamato anche Congo francese).

Da quanto tempo sei in Italia e come ti trovi tra noi?
Sono arrivato in Italia il 13 ottobre 2011. Ormai l’Italia è il mio paese di adozione e di missione. Sto bene in mezzo a voi. Il cristiano - a fortiori un prete - non ha un paese propriamente personale. Siamo cittadini del mondo. Qualsiasi paese è il nostro paese. Il filosofo francese Jacques Derrida diceva che l’uomo abita il mondo. La sua abitazione è il suo luogo di vita. Il suo luogo di vita è il suo paese. Quindi la prospettiva territoriale è stata superata in Cristo.

Come hai conosciuto la nostra diocesi e perché alla fine hai deciso di restarci?
Ho conosciuto la diocesi di San Miniato tramite il mio Arcivescovo mons. Anatole Milandou, che aveva da tempo contatti con don Andrea Cristiani e Mons. Fausto Tardelli. Dopo aver ricoperto per 5 anni l’incarico di suo segretario cancelliere, mons. Milandou voleva mandarmi ad approfondire gli studi di Teologia dogmatica in Germania. Dovevo essere inserito pastoralmente nella Diocesi di Rottenburg-Stoccarda. Mentre attendevamo l’invito ufficiale dal vescovo di Rottenburg-Stoccarda per poter poi chiedere il visto d’ingresso in Germania, mons. Tardelli ha pensato di accogliermi a San Miniato e mi ha dato la possibilità di studiare a Firenze, alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, dove ho ottenuto la licenza in Teologia l’anno scorso. Dopo qualche settimana arrivò anche l’invito dalla Germania, ma oramai non potevo più rinunciare all’offerta di San Miniato. Perciò ho scelto l’Italia.

Ci vorresti raccontare qualcosa della tua spiritualità e del cammino che ti ha portato al sacerdozio?
Sono nato e cresciuto in una famiglia cristiana. Mio babbo, professore all’università, era anche ragioniere all’Economato diocesano negli anni ’80 e mia mamma, che appartiene al gruppo del Rinnovamento dello Spirito, è una grande devota di Maria. L’educazione cristiana ricevuta in famiglia mi ha portato a fare il chierichetto nella nostra parrocchia e ad aiutare il parroco. Dalla mamma ho ereditato la devozione allo Spirito Santo e alla Madonna. Dal babbo la devozione eucaristica. Sono molto legato alla Chiesa fin dalla mia gioventù, per questo, a 13 anni, sono entrato nel Seminario minore. Dopo un anno di stage, ho fatto il Seminario medio poi il Seminario maggiore. Ho fatto 12 anni di formazione sacerdotale secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale del Congo in materia di formazione al ministero sacerdotale. Quest’anno festeggio nove anni dall’ordinazione sacerdotale.

Quali sono le sfide che ti aspettano nella tua nuova parrocchia e quali aspettative hai?
Per parafrasare Sant’Agostino, direi ai parrocchiani di Ponte a Cappiano e Torre che per voi sono parroco, ma con voi sono cristiano. Siamo tutti seguaci di Gesù, abbiamo bisogno della grazia di Dio tutti giorni per la nostra salvezza, come recita il Diritto Canonico. Il parroco aiuta i fedeli ad incontrare Dio, a conoscere e sperimentare la misericordia, la bontà e la bellezza di Dio per la salus animarum.
Durante la Santa Messa d’insediamento a Ponte a Cappiano, il nostro vescovo Andrea nella sua omelia mi ha in qualche modo trasmesso la «magna charta» della guida pastorale: non dovrò essere semplicemente il suo rappresentante spirituale e pastorale in mezzo ai parrocchiani, ma dovrò essere soprattutto un parroco che dà vita e dinamismo alle comunità di Torre e Ponte a Cappiano; un parroco di preghiera, di meditazione, adorazione e di pace. Approfitto di questa intervista per ribadire il mio caloroso e cordiale grazie a Sua Eccellenza per la missione che mi ha affidato e per la fiducia che ha in di me!
Alla luce di tutto questo, direi poi che, per ottenere buoni risultati pastorali, il parroco non può farcela da solo: il parroco è niente senza i parrocchiani. Non c’è parroco senza parrocchiani. Quindi, per compiere questa missione, avrò bisogno della collaborazione e della partecipazione di tutti. Nessuna parrocchia è una proprietà privata di qualcuno. La Chiesa è universale e inclusiva. Nessuno è escluso dalla Chiesa o dalla parrocchia. Perciò, come una sola e unita famiglia cristiana, noi tutti dobbiamo lavorare insieme, pregare insieme, meditare insieme, partecipare attivamente alla Messa, alla vita, alle attività pastorali e al funzionamento delle nostre parrocchie. Il parroco può anche essere "bravo", ma se non c’è la volontà partecipativa dei parrocchiani, questo parroco sarà "incompetente". Da solo, non ce la farei. Voglio lavorare e collaborare con tutti voi. Aiutatemi a lavorare bene. Mettiamo le nostre competenze, energie, strategie e intelligenze al servizio della Chiesa. Dio ci ricompenserà un giorno. Così renderemo grandi, viventi, dinamiche, forti e sante, le nostre parrocchie di Torre e di Ponte a Cappiano. Con la grazia di Dio ce la faremo. San Gregorio Magno e San Bartolomeo apostolo - nostri patroni - pregate per noi!

Cosa hai detto ai parrocchiani al momento del tuo ingresso in parrocchia?
Alla luce di quanto aveva detto poco prima il vescovo Andrea durante la sua bellissima omelia, riguardo alle responsabilità del parroco, ho chiesto ai parrocchiani, come fa spesso papa Francesco, di pregare per me.

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