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SANTA MARIA A MONTE - Un’opera «d’una tal finezza, da farti rimanere estatico a contemplarne la perfezione in tutte le singole parti». Così nel 1883 Torello Gerbi, arciprete di S. Maria a Monte, descriveva il fonte battesimale, realizzato nel 1468 da Domenico da Rovezzano detto «Il Rossello».
Una raffinatezza ed un’eleganza ancor più nitide dopo il restauro, reso possibile grazie al munifico contributo di una famiglia santamariammontese e presentato alla collettività venerdì 26 ottobre scorso nella pieve collegiata di San Giovanni Evangelista.
Di fronte a numerose di persone - conferma evidente dell’attaccamento dell’intera comunità alla propria chiesa -, la serata è stata un’occasione preziosa non solo per parlare di questa piccola "perla" artistica, ma anche per accendere i riflettori sulla bellezza.

Una bellezza declinata in ogni suo aspetto, a partire da quello musicale. Grazie alla presenza di Carlo Fermalvento, direttore della Cappella Musicale della nostra cattedrale, e Marta Corti, soprano della stessa Cappella Musicale, la serata è stata aperta e scandita da interventi con canti gregoriani dedicati al tema pasquale e strettamente collegato al fonte.
L’incontro ha visto l’intervento anche di numerosi relatori. Ha aperto Ilaria Parrella, sindaco di S. Maria a Monte, che, oltre a portare i saluti dell’Amministrazione, ha introdotto i presenti nel contesto storico: il fonte battesimale, alla cui realizzazione contribuì anche il Comune, è stata l’unica opera pensata, progettata e realizzata per il nuovo edificio della Collegiata consacrata il 29 settembre 1466. Infatti, il Crocifisso, la Madonna lignea ed il pergamo vennero traslati dalla Pieve di Rocca all’indomani della conquista fiorentina del 1327.
È stata poi la volta di Don Bruno Meini, proposto e "custode" - come ama definirsi - della Collegiata. Focalizzando l’attenzione sul significato religioso-teologico-spirituale del battesimo, ha spiegato le ragioni per cui i fonti battesimali antichi si trovino inizialmente fuori della cattedrale e poi all’ingresso della chiesa, e siano contraddistinti dalla forma ottagonale.
La dott.ssa Mariagrazia Ristori, funzionario e storico dell’arte della Soprintendenza per le Province di Pisa e Livorno, ha indagato sia l’artista - che ebbe modo di operare nel San Petronio di Bologna e nel palazzo ducale di Urbino - sia l’opera: composta da 7 specchiature a bassorilievo raffiguranti le 3 Virtù Teologali e le 4 Cardinali, ha nella formella centrale la scena del battesimo di Cristo, sorprendentemente analoga al dipinto del Verrocchio conservato agli Uffizi.
Hanno concluso i 3 restauratori: ognuno nel suo settore di intervento, ha portato all’attenzione le criticità del restauro. Massimo Moretti per la parte lapidea, che ha curato la pulitura dei marmi dalla patina di sporco depositatasi nei secoli; Marco Cigolotti per il ripristino delle pitture murali della cappella, attribuibili in parte alla mano dell’Ademollo; Stefania Avanzinelli per il consolidamento del coronamento ligneo del fonte.
Al termine, tutti i presenti si sono recati al fonte, dove è avvenuta la cerimonia della scopritura. Un applauso spontaneo è scaturito dalla visione del candore ridonato all’opera: non ci sbaglieremmo, se volessimo accostare quest’opera ad un saluto che la tutta la comunità rivolge a chi si trovasse a varcare la porta della chiesa. Quasi una sorta di benvenuto, che i santamariammontesi porgono con più calore e, perché no, anche con più orgoglio ai visitatori, grazie al sapiente restauro che ha restituito nuova luce al complesso e l’ha reso finalmente godibile per tutti.

Marco Boschi

IL COMMENTO TEOLOGICO DI DONO BRUNO MEINI

Il 29 settembre 1466, in pieno umanesimo e rinascimento quindi, si consacrava questa collegiata: 552 anni fa. Sono 552 anni di storia di una comunità religiosa, civile, politica, che ha visto S. Maria a Monte al centro di eventi storici importanti a motivo della sua posizione geografica, paese conteso per secoli tra Pisa, Firenze e Lucca.
In questa chiesa si trovano 4 opere d’arte di alta levatura, che documentano la storia della comunità santamariammontese: il fonte battesimale (firmato e datato 1468), il crocifisso ligneo, la Madonna col Bambino in trono e il pergamo (pulpito).
Quando sono venuto qui quasi 4 anni fa, ho capito subito che mi trovavo in un posto eccezionale anche per questi motivi. Così, appena mi si è presentata l’occasione di una donazione da parte d’una generosissima famiglia santamariammontese, ho pensato subito a questo capolavoro che è il nostro fonte battesimale. Come mai ho pensato prima al fonte?
Innanzitutto, il fonte battesimale è, diciamo così, il punto di avvio di una comunità cristiana. La nostra fede ci dice che nel fonte battesimale si nasce come figli di Dio, o meglio qui si "rinasce". Il verbo "rinascere" a prima vista appare strano. In realtà, questo verbo lo usa già Giovanni nel suo vangelo, quando al cap. 3 descrive il colloquio notturno con Nicodemo. Questo verbo, "rinascere" o "rinascere a nuova vita", ritorna diverse volte nel rito del battesimo. Vi si parla, poi, di "vita eterna" ossia che non finisce più. Pensate che in questo fonte si battezza da 550 anni. I nostri registri di battesimo sono un po’ più tardivi: partono dal 1532!
Allora, che vuol dire "rinascere a nuova vita"? Il bimbo o la bimba, che nel battesimo abbiamo davanti, non sono già in vita? Cos’è questa nuova vita che viene data?
Le due vite. "Rinascere a nuova vita" significa che, oltre alla vita ricevuta dai genitori, col battesimo riceviamo una seconda vita, quella che proviene da Dio. Quella data dai genitori si alimenta con le cose che sappiamo (latte materno, pappine, cibi solidi, ecc. e poi l’educazione civile, la scuola, la vita di società, ecc.). La seconda vita, quella che ci viene data col battesimo, invece, proviene da Dio: è alimentata dal battesimo, cresima, eucarestia e gli altri sacramenti, preghiera, carità, Messa festiva, virtù cristiane, vita parrocchiale, ecc.).
Abbiamo quindi 2 vite, ma tra loro c’è una grande differenza: la vita ricevuta dai genitori è a tempo; quella data dal battesimo proviene da Dio e Dio non muore. Quindi la vita che Lui dà è eterna. Per un certo numero di anni le 2 vite corrono pressoché parallele. Poi, ad un certo punto, quella avuta dai genitori finisce, ma quella ricevuta da Dio nel battesimo, no, quella non finisce: prosegue.
Effetti strepitosi. In concreto, il battesimo produce effetti strepitosi: apre la strada alla immortalità. Incredibile per la ragione, ma certo e sicuro per la fede, perché questa fede si basa sulla promessa di Cristo. E la fede - come sappiamo - è vera conoscenza: sia il ragionare filosofico sia il ragionare della fede sono due atti, con cui la ragione umana fa sua una conoscenza.
Per questo, il battesimo è il primo dei sacramenti. Ci dà la vita divina iniziale; gli altri sacramenti ci fanno crescere in questa vita divina. In attesa di cosa? Di vivere tutti in pienezza la vita che non finisce più. Poiché questo riguarda tutti i battezzati, figli di Dio, non solo io, significa che siamo destinati a rivederci e a re-incontrarci, per stare insieme per sempre con coloro che abbiamo amato. La morte non ha l’ultima parola: vivremo eternamente una vita d’amore, da innamorati. Questo avverrà sicuramente e attraverso la risurrezione finale.
Due simboli legati col battesimo. Questo è il motivo per cui i battisteri sono particolarmente ricchi di elementi che rimandano a queste realtà. Sappiamo che l’arte cristiana è fortemente simbolica, non nel senso minimale ossia che vale poco, (come spesso intendiamo oggi), ma nel senso che, attraverso dei segni, rimanda ad una realtà più profonda. Mi limito qui ad illustrare solo 2 simboli, legati al battistero e che sono evidenti nel nostro fonte battesimale. Così vorrei anche rispondere a 2 interrogativi che probabilmente qualche volta vi siete posti: Perché i battisteri antichi si trovano fuori della cattedrale e ora il fonte battesimale è in fondo di chiesa?
Perché di forma ottagonale?
Perché i battisteri antichi venivano costruiti fuori e davanti alla cattedrale, ora il fonte battesimale è in fondo di chiesa? È vero che i due luoghi (battistero e cattedrale) erano separati, perché i non ancora battezzati solo con gradualità erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno delle chiese. Ma è vero anche che in seguito lo spazio tra il battistero, dove si celebrava il battesimo, e la chiesa, dove venivano amministrati gli altri sacramenti, è diventato il simbolo visibile del tempo necessario per la preparazione dal battesimo agli altri sacramenti. Si tratta di una congiunzione particolare delle due categorie spazio-tempo, penso unica nella cultura occidentale. Quando poi, a motivo della urbanizzazione, lo spazio davanti alla chiesa si è ridotto, il fonte battesimale è stato trasferito all’interno della chiesa, ma è stato collocato in fondo, per salvaguardare il rapporto simbolico spazio-tempo;
Perché l’edificio del battistero o almeno la vasca battesimale interna e anche taluni fonti battesimali, come il nostro, hanno una forma ottagonale? Come sappiamo, il modello e archetipo dei battisteri in Occidente è quello della basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma, prima chiesa costruita in Occidente da Costantino dopo la fine delle persecuzioni (320 circa).
Il battistero lateranense è un ottagono e così gli antichi battisteri, imitando l’archetipo, mantengono per secoli la forma ottagonale: pensiamo a Pisa (l’edificio è circolare per riferimento diretto alla basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, ma la vasca interna è ottagonale); a Firenze è ottagonale anche l’esterno, e così Volterra, Pistoia, Parma, Cremona, Bergamo, Ascoli Piceno, ecc.
E il numero otto, perché? Ci risponde bene la liturgia. Così principia l’inno dell’Ufficio delle Letture della domenica della III settimana della Liturgia delle Ore: "Splende nel giorno ottavo l’era nuova del mondo, consacrata da Cristo, primizia dei risorti". Cos’è questo "giorno ottavo"?
Partiamo dai Vangeli. Andiamo con la memoria alla morte di Gesù, che avviene il venerdì all’ora nona (ore 15). Come sappiamo, la sepoltura avviene in fretta. Tre ore dopo, alle 18, cominciava il sabato, che quell’anno era anche Pasqua, e i cadaveri entro quell’ora dovevano essere tolti dalla vista. Per il popolo ebraico il sabato era ed è il ricordo del 7° giorno della creazione, il riposo di Dio e perciò il riposo totale per tutti.
Quindi, Gesù viene sepolto con riserva di continuare la sepoltura il primo giorno utile ossia finito il sabato. I vangeli ci dicono concordi che le donne vanno al sepolcro, passato il sabato, all’alba del "primo giorno della settimana" (Matteo 28,1) e scoprono la tomba di Gesù vuota ossia scoprono che Gesù è risorto. Poiché il sabato è il 7° giorno della settimana, il 1° giorno della settimana diventa 7 + 1 = 8, l’ottavo giorno.
Il giorno ottavo della Liturgia è, perciò, il giorno della scoperta della tomba vuota ossia della risurrezione di Gesù. Come avete capito, l’ottavo giorno è la nostra domenica. Sulla risurrezione di Gesù si fonda il nostro "rinascere a vita nuova", come avviene e come si dice nel rito del battesimo.
L’ottagono, pertanto, è il simbolo della vita nuova e di quella immortalità, che riceviamo in germe nel battesimo e grazie alla risurrezione di Cristo. Il numero 8 col suo significato ci proietta nelle cose ultime, nella escatologia, nel nostro futuro. Questa simbologia connessa con l’ottagono è veramente di una ricchezza straordinaria, perché ha riflessi diretti sulla comunità.
Ne deriva che, se una comunità cristiana non vive bene il proprio battesimo, la propria domenica e la propria appartenenza a Cristo, è una comunità morta, anche civicamente e culturalmente, perché ha perso l’amore per la propria identità cristiana, di chiesa e popolare. Vive con vita sola, quando in realtà ne abbiamo.
Il restauro del nostro fonte battesimale acquista così una valenza ancor più pregnante: diventa anche un invito a ripensare, a rivedere nella vita quotidiana le radici spirituali della nostra fede e quindi del nostro patrimonio culturale e della nostra civiltà. E questo, grazie, appunto, all’arte e alla sua storia, che - come stiamo vedendo stasera - è interconnessa con la fede.

Don Bruno Meini

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