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In questi giorni si è fatto un gran parlare, discutere, argomentare (talvolta con toni e contenuti - va detto - non proprio consoni all’argomento) di Europa, di come potrebbe cambiare, di cosa necessiti per migliorare, dei suoi difetti.
Se fino ad oggi l’Unione Europea tanta attenzione non aveva suscitato, se non per temporanee critiche pressappochiste tanto da valerle quell’immagine della «vecchia zia» (nel migliore dei casi!) che impone solo di fare i compiti a noi poveri nipoti (riprendendo una metafora cara ad alcuni nostri rappresentanti politici), in quest’ultima settimana, grazie all’attenzione mediatica suscitata dal peculiare referendum tenutosi in Gran Bretagna giovedì 23 passato (riconducibile all’ormai celebre termine «Brexit», derivato dalla fusione tra le parole inglesi «britain» e «exit») si è riscontrato un proliferare di riflessioni ed opinioni, più o meno autorevoli, sull’Europa, organicamente intesa, riportata - finalmente, direi - al centro del dibattito politico.


Non volendo però, con queste poche righe, unirmi semplicemente al numeroso coro di voci formatosi in questi giorni, già diviso in fazioni, tra l’altro, influenzate a volte da dinamiche di tipo partitico e altre volte da semplice ignoranza, vorrei fornire qualche spunto di riflessione su questi temi dal punto di vista, forse inedito, di uno studente universitario, senza alcuna presunzione di voler esser esaustivo o didascalico, vista anche la mia giovane età e l’esperienza sicuramente non paragonabile a quella di chi mi legge, partendo per l’appunto da una recente esperienza - spero - interessante ai nostri fini.
Da studente, cattolico, membro di più associazioni giovanili ed europeista convinto - metto subito le carte in tavola, mi si conceda, forte dell’auctoritas del pensiero di Papa Francesco (cfr. Discorso al Parlamento di Strasburgo) - sono rientrato qualche giorno fa, inizialmente un po’ sconsolato, da una Bruxelles semi-deserta, militarizzata e immersa nell’apnea dei ritmi dei suoi uffici e nell’ansia dei frequenti falsi allarmi del terrorismo, memore ancora - com’è naturale - dei tragici fatti del marzo passato. Pochi giovani, molti soldati. Palazzi e uffici affollati, Chiese semi-vuote e poco visitate. Tempo grigio, inizialmente, piovoso e ventoso che ha lasciato spazio l’ultimo giorno ad uno splendido sole che ha ricolorato la città.
Oso dire che la situazione di Bruxelles in questi giorni è forse un’immagine speculare della situazione attuale dell’Unione alla luce del voto di giovedì passato (o forse anche prima? Lascio ad altri le deduzioni del caso).
In contemporanea con il viaggio, organizzato dalla Scuola di Politiche fondata da Enrico Letta (per la quale - lo ricordo per gli eventuali interessati - sono aperte ancora le iscrizioni per l’annualità del 2017 fino al 3/07 p. v.), dove con gli altri giovani 100 studenti della Scuola ho potuto visitare le istituzioni europee ed incontrare personalmente rappresentanze dei "leaders" della nostra UE, si è tenuto il famoso voto in Gran Bretagna che ha decretato la cd. "Brexit", con le conseguenze (soprattutto economiche al momento) che quotidianamente leggiamo e vediamo in giornali, social media e tv.
Ora, dei risultati del voto sono state fatte varie analisi e sono stati messi in evidenza più punti focali: dalla differenza del voto dei giovani rispetto a quello degli anziani alla disinformazione generale e via dicendo; ma per quanto qui ci interessa mi concentrerei su un dato fondamentale: la scarsa partecipazione al voto dei giovani.
Se molte testate (nazionali ed internazionali) hanno sottolineato il fatto che "gli anziani hanno prevalso sui giovani" (con il loro voto del "leave", cioè a favore dell’uscita, diverso dal "remain" ovvero del rimanere) in realtà, una chiave di lettura trascurata è quella della sostanziale indifferenza giovanile al voto e quindi al tema ad esso legato.
Si calcola in particolare, dai risultati definitivi, che solo un giovane (18-24 anni) su tre - circa il 36% - avrebbe votato al referendum.
Questo dato non può che lasciare perplessi, specialmente quando si consideri che il futuro dell’Europa tout court dovrebbe essere per ovvie ragioni "naturali" più interessante o quanto meno più "preoccupante" in senso etimologico per i più giovani, che proverbialmente "hanno tutta la vita davanti".
Il mio pensiero - lo confesso - e la mia preoccupazione più grande sono andati a mio fratello che vive da due anni a Londra, ed è quella preoccupazione forse, condivisa da tanti europei, la ferita più profonda inferta all’UE da questa vicenda.
La preoccupazione, tuttavia, non deve lasciare spazio allo scoramento e alla rinuncia.
Non dobbiamo darla vinta a chi vuole separare anziché unire.
Chiaro è che da questi ultimi accadimenti, e da quelli che verranno, si debba trarre delle conclusioni e dobbiamo confidare che i nostri rappresentanti nelle istituzioni si interroghino sulle loro reali responsabilità.
A mio parere, questa riflessione non può prescindere da una prospettiva tutta europeista, in quanto ritengo che il clima di condivisione, co-decisione e pace in definitiva, instauratosi fra gli stati, seppur con i suoi limiti, nell’ultimo sessantennio di storia comunitaria, non sia barattabile con qualsivoglia pretesa di rinnovata ultra-sovranità nazionale.
A cosa serve l’Europa? Non è necessario tornare ai racconti dei nonni delle due guerre mondiali per capire la sua importanza fondamentale.
Nel 1993 già io ero nato e con me molti altri giovani di oggi e ancora si combattevano guerre nei Balcani ad esempio.
La pax europea è l’unico terreno fertile per far crescere, vivere e tutelare la libertà e il diritto di tutti.
In conclusione, che fare di questa Europa? Come comportarci? Una soluzione definitiva non c’è ma se un Maestro come San Francesco può insegnarci qualcosa di politica (nel suo caso, ecclesiastica) è che le cose che ci stanno a cuore si cambiano assai meglio dall’interno, fino a rivoluzionarle.
Sta a noi cittadini quindi, noi europei, noi giovani, noi cattolici - senza mezzi termini - interrogarci su come vorremmo questa Europa ed impegnarci a viso aperto, con umiltà e spirito di servizio, dove possiamo, per raccontare e mettere in pratica un’Europa bella, semplice, unita politicamente e coesa, vicina alle esigenze ed ai problemi delle persone, un’Europa (con le parole di Papa Francesco) «protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda, difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità».
Opera Spatha Crux

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