SAN ROMANO -  Domenica 28 maggio, nel pomeriggio, presso il Santuario La Madonna di San Romano, nell’ambito del ciclo di incontri di pastorale familiare organizzato dalla diocesi, si è tenuta, alla presenza di S.E. mons. Andrea Migliavacca, la relazione di mons. Eugenio Zanetti, Vicario giudiziale della diocesi di Bergamo e responsabile del gruppo “La casa”, per l’accompagnamento spirituale di separati, divorziati e risposati. Il tema dell’incontro, prendendo spunto dall’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di Papa Francesco, era «L’amore ferito - accompagnare, discernere ed integrare la fragilità».

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DALLA DIOCESI - Chissà, forse è un inveterato pregiudizio quello che spinge le giovani coppie ad esporre fuori dall’uscio di casa un fiocco rosa o azzurro per annunciare la nascita di una bambina o di un bambino, rispettivamente. Il simbolismo dei colori associato ai sessi, ancora così diffuso tra la gente comune, non gode di buona stampa tra gli intellettuali e nelle istituzioni. L’azzurro e il rosa sarebbero i primi segni di una discriminazione e di una grave ingerenza culturale nella vita dei piccoli, ai quali si vorrebbero imporre fin da subito ruoli e destini preconfezionati. Il rosa indicherebbe il sentimento mentre il blu l’azione, uno dei tanti esempi di quegli stereotipi che la cultura dominante vorrebbe far scomparire.Il primo e più delicato campo d’intervento nella guerra contro gli stereotipi di genere è naturalmente la scuola.

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«Ha tolto un peso ai suoi cari, anch’io farei lo stesso». Questa frase non è la prima volta che la sento o leggo e impone una riflessione, al di là della posizione pro life o pro choice. Fino a che punto è libera una persona che sceglie di morire sentendosi un peso per gli altri? Quanto è libera una società che fa sentire chi è in difficoltà un ostacolo sociale? E’ dunque libertà? Il punto è: introdurre l’eutanasia alimenterebbe questa cultura dello scarto, dell’altro come  «peso inutile e gravoso»?  Secondo me sì, tale mentalità verrebbe legittimata. Una libertà solo apparente.

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DALLA DIOCESI - Questa Associazione ritiene assolutamente inaccettabile l’indizione di concorsi e la stipula di contratti a tempo indeterminato per il ruolo sanitario, ponendo tra i requisiti concorsuali la clausola «non obiettori».
Il management sanitario che governa attualmente le Aziende Sanitarie ottempera le sue esigenze applicando clausole contrattuali con la coercizione delle coscienze a tempo indeterminato, con la minaccia di licenziamento nel caso di inadempienza contrattuale, ovviamente al fine di evitare che i medici, una volta assunti, possano diventare obiettori di coscienza.
Nella disperazione che affligge il mondo dei giovani medici disoccupati, questa discriminazione è una spinta inaccettabile ad appannare le coscienze ed accettare contratti per bisogno economico.
I medici cattolici condannano tali atteggiamenti discriminatori giudicandoli ingiustamente punitivi per la larga schiera di medici in attesa di una sistemazione lavorativa.
Questa Associazione evidenzia che attuando la delibera si crea un precedente pericoloso in quanto si introduce un aspetto etico nei requisiti di reclutamento del personale che invece devono avere soltanto una dimensione professionale.
I Medici cattolici sono da sempre per la tutela del diritto alla libera determinazione di tutti e l’accesso di tutti al libero impiego, e respingono ogni discriminazione generalizzata che va a determinare anche una marginalizzazione dei medici nel sistema sanitario.
I medici cattolici salvaguardano in ogni sede la deontologia della professione medica, alla quale va garantita la libera scelta di coscienza, libera da condizionamenti e da discriminazioni.
Per contrastare il dramma dell’aborto, si deve, ancora una volta, chiedere che siano finalmente applicati quei punti della legge 194/78, finora completamente disattesi (per es. la prevenzione), in favore della donna per “aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”, che è lo spirito di una legge che nel suo titolo parla di “tutela sociale della donna” in nome del rispetto della vita umana.

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DALLA DIOCESI - La decisione della Regione Lazio di bandire una selezione di medici «abortisti» per le corsie dell’ospedale San Camillo ha riproposto il tema della legge 194/79 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Un fatto grave, discriminatorio, che mette in discussione l’isituto dell’obiezione di coscienza. Ne abbiamo parlato con il dottor Giovanni Belcari, giovane medico del 118 che lavora nel territorio diocesano.

Come medico cattolico, cosa pensa del caso “San Camillo”?
Il caso San Camillo rappresenta uno scandalo sotto ogni profilo: legale, sanitario, sociale. Scandalo sociale, perchè ci fa capire a quale livello la Salute amministrata da direttori sanitari di nomina politica sia arrivata: il concorso è stato proposto da un direttore sanitario nominato da una amministrazione regionale, concorso reinoltrato alla stessa regione, che lo ha poi approvato. Schema perfetto, per farci capire lo stato di stretta dipendenza tra salute e politica.
Scandalo sanitario perchè si fa un concorso aperto solo a non obiettori, invocando una presunta «emergenza abortiva», in un Paese in cui ogni anno ci sono più decessi che nascite, e nel quale ogni anno ci sono 100.000 aborti. Il direttore generale del San Camillo farebbe bene a studiare i dati ISTAT sugli aborti in Italia e a dirci quanti aborti vengano effettuati in Lazio e nella sua azienda in particolare prima di propinarci tali stupidaggini.
Da un punto di vista legale lo stesso direttore generale, e la Regione che lo ha appoggiato, hanno commesso una disciminazione impossibile da tollerare, un vero e proprio obbrobrio medico legale: pensate a cosa sarebbe successo se il concorso avesse previsto posti solo per «obiettori di coscienza»! Bene ha fatto l’Ordine dei medici locale a contrapporvisi in toto: la Legge si rispetta sempre, non lo si fa solo quando conviene. La 194 prevede l’obiezione di coscienza. In uno stato di diritto le leggi si rispettano in toto. Non nella percentuale in cui la propria percezione individuale, o il proprio partito, ci suggerisce. E la legge si rispetta anche se si è un direttore generale di un ospedale, specie se si è un Presidente di regione. La Legge è uguale per tutti.

Qual è il ruolo della coscienza nella sua professione?

La coscienza nella professione medica è tutto. È la luce che illumina la conoscenza. A tutti gli attacchi, specie di chi oggi vorrebbe il medico come mero esecutore, e latore di un sapere esclusivamente tecnico, ricordo che al medico, dal Quarto secolo avanti Cristo, si insegna ad operare in “scienza e coscienza”. Se qualcuno con una tessera di partito oggi si illude di trasformare secoli di tradizione, insegnamenti, etica medica, togliendo l’anima stessa all’opera di un medico, resterà deluso.

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